L'architettura ha sempre avuto lo scopo di creare ripari accoglienti nel pieno rispetto della salute e del contesto, benché questi ultimi aspetti siano stati trascurati dall'edilizia del Novecento. Si tratta dunque di ripristinare concetti di vera qualità in un settore che ha subito una degradazione progressiva in nome della velocità e del mero profitto. E anche ben vero, però, che non bisogna idealizzare il passato nell'ingenua illusione che "una volta" tutto andasse meglio; ciò vale per le antiche architetture in quanto rappresentative del prestigio dei potenti, o in quanto destinate ai ceti alti o promosse da committenti illuminati, ma in buona misura nei secoli passati la situazione era ben peggio di quella attuale per ciò che riguardava le condizioni abitative delle masse povere: strutture fatiscenti e umide, spazi angusti e senza servizi, senza sole né luce.
Possiamo dire che i movimenti che nei secoli passati hanno premuto per condizioni di vita più umane per i ceti più poveri e per imporre nuove regole di igiene che consentissero al sole di pervenire anche nelle vie e nelle case più modeste (ponendo così le condizioni per la redazione e l'attuabilità dei moderni regolamenti di igiene) fossero a tutti gli effetti l'espressione della bioarchitettura dell'epoca. La bioarchitettura attuale procede dalla stessa forza volta al progresso reale (non stereotipo materialista volto al profitto) che già aveva indotto quei mutamenti: lungi dall'essere concluso, come tutti i processi di evoluzione anche questo subisce lunghi momenti di impasse e poi riprende vita.
Due aspetti da considerare: abitare in modo sano e ridurre il degrado ambientale
Il progetto ecologico si pone dunque l'obiettivo di realizzare un'abitazione sana e di ridurre l'impatto ambientale della costruzione: sono due aspetti ben distinti e perfettamente complementari ormai irrimandabili di fronte a emergenze evidenti: un ambiente esterno sempre più degradato e ostile, ambienti interni dai quali vorremmo la massima protezione e che invece si rivelano sempre più insidiosi e addirittura nocivi. È ben vero che da molti punti di vista si tratta di una recente riscoperta, sollecitata sia dalle emergenze ambientali sia da una crescente preoccupazione per la salute.
Le insidie "storielle" dell'ambiente domestico (umidità, scarse igiene e luce naturale) in epoca contemporanea si sono rapidamente estese a un'ampia gamma aggiuntiva di fattori aggressivi; ma è stato solo negli anni Settanta che le prime ricerche hanno dimostrato elevati livelli di tossicità negli ambienti interni. In considerazione del fatto che le persone trascorrono il 90% dell'intera giornata in luoghi chiusi, la nocività di questi elementi è stata poi messa in relazione con sìntomi di malessere e patologie molto comuni. Questo inquinamento proviene da molti fattori: emissioni di sostanze nocive e tossiche dai materiali edili e dall'arredo, attività degli impianti, climatizzazione eccessiva, umidità o secchezza dell'aria, illuminazione priva di contrasto o vibrante, produzione di ioni positivi e di campi elettromagnetici da parte di apparecchi vari, inquinamento acustico e vibrazioni di elettrodomestici e automobili, combustione dei fornelli, uso di sostanze chimiche varie e di detergenti per la manutenzione della casa e delle piante, fumo di tabacco, attività biologiche e respirazione, presenza di microrganismi, muffe e antropotossine varie.
Inoltre l'edificio è la risultante di un processo molto complicato di "investimento", che ha attinto a piene mani da "riserve" messe a disposizione dalla natura e dal mondo produttivo: energia diretta e indiretta, materiali, spazio, tempo, risorse di ogni genere.
Perciò esso dovrebbe essere pensato per la massima durabilità e per un funzionamento che produca benessere senza richiedere consumi sotto forma di sprechi, ma anzi sia in grado di innescare meccanismi "anti-entropici", di recupero del degrado e di rigenerazione di risorse (per esempio attraverso il recupero e il riutilizzo di acque piovane, o con l'installazione di tecnologie non inquinanti per produrre energia).
Tradizione e regionalismo
"Tradizione" è una parola che apre a infinite riflessioni: la cosa da ricordare qui è che essa significa anche bagaglio di infinite esperienze. Sempre scopriremo che dietro alle più radicate tradizioni esiste "una valida ragione", benché le origini di tali ragioni siano tanto lontane che a volte si sia perso il senso delle loro motivazioni originarie. Rispettare la tradizione non significa accettarla passivamente senza capirla ma, prima di agire, osservare la cultura del luogo, recepirne i messaggi, trovare una t'orma di inserimento estetico nel paesaggio e nel costruito esistente che non ne spezzi l'armonia.
In altre parole significa anche adattare il proprio progetto alla realtà locale, cercando di imparare dall'esperienza capitalizzata nello sviluppo di accorgimenti costruttivi per affrontare più efficacemente il clima di quel particolare luogo, nell'evoluzione delle tipologie regionali, nell'uso dei materiali disponibili. Ma trarre insegnamenti dalla tradizione significa anche attingere al patrimonio immenso di conoscenze che hanno condotto, a tutte le latitudini del pianeta, a soluzioni costruttive ingegnose dal punto di vista funzionale e spesso significative dal punto di vista estetico e simbolico.
Qualità e durevolezza
La creatività contemporanea può trovare risorse inesauribili nell'interpretazione aggiornata e originale delle più diverse tradizioni. In questo senso l'architettura, pur rispettando i vincoli legati al clima del luogo e alla disponibilità locale dei materiali, può diventare cosmopolita ed esprimere i migliori risultati nell'equilibrio fra tradizione e innovazione.
Uno dei fattori che ha più inficiato la qualità nel settore delle costruzioni è il problema economico che, poiché il tempo è denaro, è strettamente associato a quello del tempo. Infatti costruire bene richiede tempo, significa inoltre dare alle proprie opere la qualità della durevolezza nel tempo.
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